Rare botteghe artigiane ma di alto livello qualitativo

Della bottega artigiana tradizionale volterrana oggi non rimangono che pochi esempi, dove è comunque possibile ancora respirare quell’atmosfera magica che evoca mentre si assiste alla creazione di qualche oggetto o scultura. Rare botteghe artigiane, comunque, ma di alto livello qualitativo.
In questi ambienti si ritrovano alcune caratteristiche tipiche di quelle di un tempo: in genere si trattava di una sola stanza, dove lavorava un artigiano con il suo apprendista a fianco; solamente in tempi di crisi tre o quattro artigiani si riunivano in un una stessa bottega per contenere le spese.
Il banco da lavoro veniva messo sotto la finestra, per utilizzare al massimo la luce del giorno ed il resto della stanza era ingombrato dai manufatti finiti e dagli strumenti tipici delle singole specializzazioni artigiane: ad esempio, il tornitore doveva avere una bottega più ampia, per far posto al tradizionale tornio a pertica, mentre ad uno scultore bastavano poche mensole per i suoi modelli in gesso.

E’ in queste botteghe che è nato il più tipico gruppo sociale volterrano: gli alabastrai, appunto, il cui stile di vita ed linguaggio è sempre stato del tutto peculiare.

L’artigianato dell’alabastro dei nostri giorni è ancora una realtà culturale e produttiva importantissima per Volterra, pur se seriamente compromessa dalla crisi economica che stiamo attraversando.
Dall’inizio degli anni 80, negli addetti ai lavori si è fatta strada la consapevolezza che l’alabastro di Volterra e i suoi prodotti unici al mondo, devono essere difesi e valorizzati e questo ha dato vita ad un progetto per la realizzazione di un Ecomuseo dell’Alabastro, che finalmente può raccogliere e custodire il patrimonio di storia, cultura, e tradizioni che questo artigianato ha prodotto in secoli  e secoli di attività.

Il personaggio dell'alabastraio

Stile di vita e linguaggio dell’alabastraio

Anarchico e antifascista, libero pensatore e burlone, insofferente ai legami e alle istituzioni, spesso troppo pigro per consentire alla famiglia di tirare avanti con tranquillità. Ecco il ritratto dell’alabastraio di inizio secolo, quando essere artigiano significava entrare a far parte di un mondo dallo stile di vita e dal linguaggio del tutto particolare.
Nel microcosmo della bottega, insieme al mestiere l’apprendista imparava a rifiutare ogni tipo di imposizione, ad amare la lirica e la politica, a ubriacarsi alla fine della settimana, dimenticando a casa mogli e famiglie.
Gli alabastrai andavano fieri delle loro botteghe, luogo dove i giovani apprendisti diventavano “svegli” a forza di dotte discussioni sugli argomenti più svariati e di scherzi feroci. E pazienza se una certa pigrizia, tratto tipico della categoria, li faceva spesso restare al verde e li obbligava a “fare il morto”: ad accettare un nuovo lavoro prima di aver finito quello vecchio, giusto per avere in tasca un altro acconto da spendere.

I volterrani ricordano con simpatia gli scherzi tipici degli alabastrai: era normale mandare il garzone a comprare l’olio di gomito o un etto di ombra di campanile. Ma sono rimasti nella memoria anche i loro modi di dire: “ho vegliato du’ candele”, ovvero si era dovuto lavorare di notte, o “ho perso lo stucco”, per comunicare che proprio non si aveva più voglia di lavorare. Per proclamare, infine, la fine della giornata di lavoro, bastava dire “ora mi scoto”, cioè mi scuoto di dosso la polvere. E non se ne riparlava fino all’indomani.

Tecniche di lavorazione

Il Tornitore e la tornitura

Quando la lavorazione del pezzo in alabastro richiede l’utilizzo del tornio, interviene la figura del tornitore. Il lavoro inizia segando il blocco con il trincione; poi, dopo aver riportato sul pezzo la sagoma dell’oggetto finale grazie alle tente, si passa alla sbozzatura aiutandosi con mazzuolo e subbia. Infine, il pezzo viene incollato al tornio, e durante il suo movimento rotatorio, svuotato e sagomato con i rampini: normali, diritti, “a foglia”, “a fagiolo”. Gli oggetti che possono essere realizzati al tornio – vasi, anfore, coppe – vengono spesso progettati in stretta collaborazione con l’ornatista, che dovrà eseguire il disegno e il traforo sull’oggetto finito.

 

Strumenti

subbia: scalpello in acciaio dalla punta aguzza.

rampini: ferri caratterizzati da una lunga lama in ferro che si assottiglia all’estremità, di lunghezza diversa a seconda della profondità che si deve raggiungere nella lavorazione. Il taglio della lama può essere a sinistra, se si deve svuotare e rifinire un pezzo dall’interno, o a destra, se invece lo si sgrossa esternamente. Il rampino “a foglia” ha punta rotonda e piatta, con taglio su entrambi i lati.

tornio a pertica: il tornio elettrico moderno ha sostituito uno dei più caratteristici strumenti dell’alabastraio tornitore, il tornio a pertica, interamente in legno. La pertica, infissa nel muro sopra la testa del tornitore, era collegata al pedale e al tornio vero e proprio da una fune che le si avvolgeva attorno. Premendo sul pedale, la pertica si fletteva e causava un movimento semicircolare di andata e ritorno del tornio. L’alabastraio stava in piedi davanti al tornio e lavorava il pezzo con i vari tipi di rampino, di cui teneva il manico appoggiato sopra la spalla.

Lo Squadratore

Lo squadratore è l’occhio esperto che valuta la quantità di pietra necessaria e il taglio adeguato per non sprecare materiale prezioso nella realizzazione di un’opera in alabastro. Il compito dello squadratore è di dare una prima forma al blocco grezzo, utilizzando strumenti diversi per segarlo: il trincione, la sega a nastro, la sega a disco. Le misure dell’oggetto da creare vengono riportate sul blocco mediante le seste.

 

Strumenti

trincione: sega a mano di grandi dimensioni, dalla dentatura sottile, che serve per tagli di precisione su blocchi di pietra piuttosto grandi. Viene utilizzato da due artigiani, che imprimono alla sega un movimento alternato di andata e ritorno.
seste: compassi in legno o acciaio, usati per misurare forma e spessore. Ne esistono diversi tipi (sesta zoppa, diritta, tonda), in varie forme e grandezze.
tenta: strumento in acciaio per misurare la profondità degli oggetti, composto da due coppie di bracci, unite da un perno centrale. I bracci, che formano due compassi alle estremità dello strumento, sono diritti e a semicerchio, per offrire la possibilità di misurare oggetti di tutte le forme.

Lo Scultore

Scultore e animalista L’abilità manuale è particolarmente marcata nel lavoro dello scultore e dell’animalista, gli artigiani alabastrai specializzati nella riproduzione della figura umana e nella creazione di figure animali. Quando l’oggetto deve riprodurre un modello già esistente, come nel caso di copie di opere classiche, le misure sul blocco di alabastro vengono definite con il pantografo. Si passa poi alla sbozzatura vera e propria del pezzo, con mazzuolo e subbia e, tolte le parti più consistenti di pietra, l’opera viene rifinita in fasi successive, utilizzando i vari tipi di scuffina e ferri a mano – a sciabola, a fagiolo, diritti -, per definire dettagli e particolari.
Se l’opera è originale, il lavoro procede nel modo già descritto tranne che per l’uso del pantografo, e, dopo aver preso le misure, il pezzo da lavorare viene incollato sul trespolo. Dagli anni ‘60, gli artigiani si servono anche del flessibile da banco, strumento particolarmente maneggevole composto da un braccio snodato, sulla cui sommità vi è una fresa a motore. Le frese sono di varia forma e permettono di realizzare un lavoro accurato con minore fatica.

 

Strumenti

pantografo: è lo strumento che permette all’artigiano di riportare sul blocco di pietra i punti, cioè i segni corrispondenti alle parti più rilevanti di un modello in gesso o creta. Il pantografo di tipo industriale ha quattro frese elettriche che sbozzano il pezzo secondo la forma da riprodurre.

mazzuolo: martello tozzo, con manico in legno e testa quadrata, dal peso di circa 1 kg; esiste anche un mazzuolo completamente in acciaio, privo di manico, di forma allungata. Entrambi i tipi servono per battere la subbia.
ferri a forza e a mano: attrezzi di circa 15 cm di lunghezza, utilizzati particolarmente nelle fasi di rifinitura del pezzo lavorato. I ferri a forza hanno il manico in legno, e sfruttano unicamente la pressione della mano dell’artigiano. I ferri a mano sono senza manico e hanno entrambe le estremità taglienti. Tutti e due i tipi di ferro hanno nomi diversi a seconda della forma del taglio alla sommità della lama: ferri a fagiolo, ugnati, quadri e a sciabola.

L’Ornatista

L’artigiano ornatista lavora sul pezzo semilavorato, fornitogli dal tornitore. Il suo compito è quello di eseguire i trafori, gli intagli e le decorazioni previste dal progetto. Nella prima fase, l’ornatista riporta sul pezzo di alabastro il disegno della decorazione. Per realizzarlo, utilizza poi strumenti diversi: per i trafori, prima la raspa e il trapano, poi la scuffina, uno degli utensili più tipici dell’alabastraio. Gli ultimi ritocchi vengono dati coni raspini da marmo e i ferri, a forza o a mano.

 

Strumenti

raspa: strumento tipico della lavorazione del legno, con manico in legno e lama piuttosto grossa, incisa su un lato da rigature oblique e affilate. Serve per modellare il pezzo e levigarne le asperità.
scuffina: è lo strumento più caratteristico dell’artigianato dell’alabastro. Il manico in legno sorregge un ferro a sezione triangolare, la cui faccia inferiore, utilizzata per levigare e rifinire il pezzo, è seghettata in senso trasversale. Ne esistono vari tipi, dai nomi curiosi, come la coda di topo, dalla lama finissima, o la scuffina inginocchiata, caratterizzata dalla piegatura ad angolo retto della lama.

La Lucidatura

L’ultima fase nel lavoro dell’artigiano è la lucidatura, fondamentale per dare all’oggetto finito la trasparenza e la bellezza tipiche dell’alabastro. Oggi è frutto del lavoro di apposite macchine, tele abrasive e composti sintetici, ma in passato si trattava di un’operazione lunga e delicata, eseguita quasi sempre dalle donne, dette appunto lucidatrici.

La prima fase era detta dipesciatura: l’oggetto veniva strofinato con pelli di pescecane essiccate, per togliere le imperfezioni più grossolane. Si proseguiva poi con la sprellatura, una pulitura dell’oggetto con asprella, erba palustre raccolta nei dintorni di Volterra, legata in mazzetti, immersa nell’acqua, e passata con forza su tutta la superficie dell’oggetto.
Infine, la lucidatura vera e propria si faceva con il cosiddetto lustro, un impasto speciale composto di ossa spugnose di bue cotte e triturate finemente, mescolate a scaglie di sapone di Marsiglia. Aggiungendo acqua, si otteneva una pomata finissima, con la quale si trattava l’oggetto fino a rendere l’aspetto della pietra morbido e lucente. L’ultimo tocco era dato dalla spalmacetatura: cosparso di spalmaceto, un impasto composto da grasso di balena, cera, vasellina e pece, l’oggetto veniva messo nello spalmacetatoio, una sorta di armadio sotto il quale si ponevano delle braci. Scaldandosi, il pezzo veniva penetrato dallo spalmaceto in ogni sua parte, e la patina in eccesso veniva poi tolta con panni di lino, lasciando l’oggetto perfettamente lucido e vellutato.

Le antiche botteghe

Fin dagli etruschi

Secondo gli archeologi, la bottega degli alabastrai di epoca etrusca era molto simile a quella descritta in questa pagina, confermando così che l’arte dell’alabastro si è tramandata nei secoli con ben poche differenze.
Si osservino, ad esempio, gli strumenti: per gli alabastrai volterrani non è stato difficile decifrare le tracce lasciate dagli artisti del III sec.A.C. sulle urne cinerarie, perché i loro attrezzi erano gli stessi che si trovano oggi sul banco di ogni artigiano.

Un’attenta ricostruzione della bottega etrusca è stata realizzata nella sala XXIX del Museo Guarnacci.

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